La Galleria Antiquaria Eredi Antonio Esposito è situata nel cuore artistico di Firenze, in Via Maggio, a due passi da Palazzo Pitti. L’elegante fondo del 1300 dagli ampi soffitti a volta rappresenta la cornice ideale nella quale ammirare le opere della nostra collezione. Immergendovi in questo ambiente suggestivo ed elegante, che si sviluppa su oltre 200 mq, vi muoverete tra arredi, dipinti ed oggetti che abbracciano il periodo che va dagli inizi del ‘700 alla fine dell’800.La Galleria è oggi condotta da Chiara e Iolanda Esposito che hanno ereditato dal padre non solo la grande passione per l’arte, ma anche la dedizione, l’impegno e l’esperienza che sono l’anima di questo meraviglioso lavoro, tradizione della nostra famiglia da tre generazioni.La nostra predilezione è rivolta in particolare ai mobili del pieno ‘700 Napoletano, a dipinti e specchiere di epoche e provenienze diverse, agli arredi neoclassici e ad ogni altro oggetto raro e ricercato che sia di qualità.La Galleria Antiquaria Eredi Antonio Esposito è quindi tappa obbligata per chi ama segue ed opera nell’antiquariato. Saremo lieti di accogliervi.Descrizione: Italico Brass fu allievo di Karl Raupp all’Accademia di Monaco,di William Bouguereau e di Jean-Paul Laurens a Parigi.Nel 1894 ricevette la Menzione d’Onore al Salone degli Artisti Francesi e figura nell’Esposizione di Bruxelles del 1910.Raffinato dipinto, in prima tela. Il dipinto fa parte della classica vedutistica italiana,nei modi di Michele Marieschi.Stato di conservazione: ottimo, cornice coeva.Iniziato alla pittura dal padre Filippo Furini, Francesco si formò nella bottega di Domenico Passignano e Giovanni Bilivert.Alla fine del 1619 si reca a Roma,dove resterà fino al 1621, per studiare nella scuola di Bartolomeo Manfredi, alla morte di quest’ultimo inizia la collaborazione di Francesco con Giovanni da San Giovanni grazie al quale partecipa all’esecuzione degli affreschi in Palazzo Pallavicini-Rospigliosi e nella Chiesa dei Santi Quattro Coronati. Successivamente, nel 1624, Francesco fa ritorno a Firenze; è in questo periodo che possiamo collocare il dipinto qui presentato nel quale si evince l’esperienza fatta dall’autore degli studi di statuaria antica e di quelli della scultura di Gian Lorenzo Bernini.Detto Valeri di Camerino per i suoi lavori eseguiti nella Chiesa e nell’Hotel di Villa di Camerino. Il soggetto del dipinto è tratto da una famosa opera del Domenichino. Nonostante le piccole dimensioni del dipinto esso è curato in ogni sua parte,dall’anatomia all’esecuzione dei drappi resi in modo eccelso.Fu il primo e il più dotato discepolo di Felice Fortunato Biggi, proprio per la sua estrema bravura inizialmente le sue opere vennero erroneamente attribuite al maestro parmense.Levo inserì nei suoi dipinti nuovi elementi che lo contraddistinsero dal maetro,primo tra tutti l’ambientazione, i fiori sono infatti collocati entro scenari naturali più vasti. Quest’opera si distacca dalle rassegne floreali di Biggi per avvicinarsi a quelle dei fioranti napoletani attivi agli inizi del XVIII sec., come il Malinconico.Trasferitosi a Roma nel 1763,ebbe grande successo dipingendo alla maniera di Joseph Vernet, col quale collaborò dal 1756 fino al momento della sua partenza per l’Italia. Dopo questo primo periodo romano, Volaire si trasferì a Napoli, dove dipinse la famosa eruzione del Vesuvio. I dipinti in questione rappresentano rispettivamente le Cascate di Tivoli e L’incendio della Biblioteca d’Alessandria d’Egitto e possono riferirsi al periodo napoletano dell’artista viste le numerose caratteristiche comuni tra l’eruzione del Vesuvio e l’incendio.Prorio sul telaio di quest’ultimo dipinto troviamo scritta a china la firma di Volaire.Allievo di Tommaso Salini, lavorò soprattutto a Roma dove si creò una grande reputazione lavorando per molte chiese della città. Nel 1657 fu nominato membro dell’Accademia di San Luca a Roma. Molte delle sue opere sono citate negli inventari delle più celebri raccolte romane della metà del ‘600 (Orsini,Borghese,Rospigliosi).Secondo le fonti Mario Nuzzi divenne pazzo e passò l’ultimo anno di vita in isolamento in una stanza della sua casa situata in una traversa di via delle Carrozze, intitolata a lui.Importante pittore le cui opere più famose si trovano a Napoli, nella chiesa dello Spirito Santo e in quella di San Eligio Maggiore. Ha inoltre lavorato per il Palazzo Reale, la Reggia di Caserta, l’Arazzeria. alcune sue opere si ritrovano ora al museo Filangieri di Napoli e nel nobile Palazzo Doria d’Angri.Entrambe le pitture su vetro(due delle quattro presenti nella nostra galleria) sono tratte da un ciclo di incisioni eseguite dallo Zocchi che intendevano rappresentare rispettivamente i vari momenti della giornata ed i mesi dell’anno. Le scenette in questione sono dedicate ad un’umanità umile e serena, le altre due opere della nostra collezione rappresentano invece “Febbraio”con una povera ma festosa carnevalata e “Il Mezzogiorno”che raffigura un gaio banchetto.Pittore di scene storiche, di genere e di composizioni religiose, le sue opere si ritrovano oggi in alcune chiese napoletane come quella del Carmine. Oltre alla raffinata e pregiata esecuzione, la rarità dell’opera si ritrova soprattutto nel fatto che la tavola su cui è stata eseguita ha la foggia di un vassoio.I due tondi raffigurano rispettivamente S.Pio V°(Papa Ghisleri) il cui pontificato durò dal 1566 al 1572, anno della sua morte,e Clemente XI°(Papa Albani)il cui pontificato durò dal 1700 al 1721. Oltre all’espressività che lo scultore ha saputo rendere nella realizzazione di entrambe le opere, Elemento interessante che le accomuna è dato dalla circostanza che fu proprio Clemente XI° a canonizzare S.Pio V° nel 1712.Il vaso è stato realizzato intorno al 1735, quando il Marchese Carlo Ginori impiantò la fabbrica a Firenze, come si può dedurre dalla marca di stella d’oro che contraddistingue tale periodo di produzione.Subito si ebbero i primi successi grazie all’intervento di un arcanista viennese, Karl Anreiter von Zirnfeld.Alla morte di Carlo nel 1757 la fabbrica passò ai discendenti fino a che non si fuse con la società Richard di Milano nel 1896. Il vaso reca da entrambi i lati lo stemma nobiliare, probabilmente della famiglia che lo commissionò.